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SuperLega, sogni, desideri e moralismo

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È esplosa una bomba, la Super League. Immediatamente tutti i virologi e i self made opinion maker si sono trasformati in esperti di calcio, finanza ed etica.

Il calcio è un pianeta che rimane sempre molto affascinante, unisce e divide oltre le parti politiche, quasi tutti son tifosi, tutti hanno un'opinione, anche se la nazionale non ha più il fascino di una volta e son rimasti pochi i commissari tecnici!
In realtà l'opzione super lega, o campionato europeo, è oggetto di discussione ed iniziativa da diversi anni, naturalmente da parte dei maggiori club europei.
Due fattori ne hanno accelerato il percorso, la pandemia con la sua pesante incidenza sui ricavi, e la gestione del calcio da parte dell'attuale governance FIFA e UEFA.
Ma non solo: il calcio -sia i tifosi che le dirigenze dei singoli club- oramai da anni rincorre la vittoria a tutti i costi. Il principio di sportività nel corso degli ultimi decenni si è man mano attenuato, i club si sono sempre più trasformati in società quotate in borsa, macchine di profitto con l'unico obiettivo di superare l'avversario, a qualsiasi prezzo.
Una rincorsa all'ingaggio dei migliori con diversificazione delle entrate, dalle sponsorizzazioni, al merchandising, all'emissione di obbligazioni, alla diversificazione delle attività sociali.
Come ogni sistema economico di libero mercato degno di tal nome sono aumentate le pretese degli attori principali e si sono inserite nuove figure 'indispensabili' al corretto funzionamento del meccanismo, quali ad esempio i procuratori.
Ma è solo un'accelerazione, per certi versi ad esempio in Italia non è mai cambiato nulla, anche il calcio di cui in tanti abbiamo -giustamente- nostalgia è iniziato fondandosi sulle grandi famiglie, Edoardo Agnelli, Senatore Borletti, Renato Sacerdoti, per arrivare ai petrolieri Moratti,  Mantovani passando per palazzinari, cinematografari fino a Berlusconi. Il connubio sport denaro (e spesso politica) è un leit motiv magari sommerso ma da sempre esistente e dominante.  
La stessa evoluzione dei campionati e delle competizioni europee ne è un evidente indicatore.
La serie A si è andata gonfiando a dismisura  di partecipanti proprio per garantire un maggior numero di partite da vendere sul mercato televisivo, siamo passati dalla Coppa dei campioni, cui partecipavano solo le vincitrici dei rispettivi tornei nazionali, alla Champions League (che in fin dei conti altro non è che l'embrione della super lega...) cui partecipano un numero variabile di squadre in una proporzione nazionale non determinata non dai meriti sportivi ma dal più concreto appeal televisivo per la vendita dei diritti.
In tutte le nazioni europee i maggiori club sono di proprietà di sceicchi o imprenditori cinesi o oligarchi russi o o magnate americani o fondi internazionali. Ogni club è una holding di cui la squadra di calcio è solo l'emblema e l'elemento di business trainante.
Negli ultimi anni si è accelerato tutto, se scorriamo l'albo d'oro della Champions per trovare una vincitrice che non appartenga ai colossi Germania, Inghilterra, Spagna, Italia dobbiamo risalire al 2003/4. Altro che calcio dei poveri!
L'UEFA negli ultimi anni ha prodotto ricavi sempre più importanti, gonfiando al propria burocrazia e il proprio sistema di potere senza esser capace di ammodernare il meccanismo lasciandosi superare dall'evoluzione del business. Alcuni meccanismi di controllo quali il Fair Play sono stati volontariamente depotenziati quando non volontariamente ignorati rispetto ad alcuni attori,
Molti club si son fatti travolgere dall'illusione del vincere e hanno affrontato percorsi di crescita e sviluppo insostenibili e con la Super League hanno cercato una soluzione in grado di iniettare denaro fresco nel circuito.
Qualcosa non ha funzionato, seppur l'operazione godesse di un advisor come JP Morgan, certamente non l'ultimo arrivato sulla scena finanziaria internazionale.

Credere alla favoletta del calcio pulito, del calcio dei tifosi è davvero un'ingenuità. Lo scontro di interessi ha decretato il permanere degli attuali equilibri.

Nel mio pensiero la SuperLeague avrebbe risolto solo temporaneamente le difficoltà finanziarie del calcio, in pochi anni le entrare quintuplicate avrebbero prodotto uscite decuplicate portando a un nuovo punto di crisi. Senza intervento radicale sulla e della governance mondiale, europea e dei club sarà sempre un acane che si morde la coda.

Ha vinto il calcio della supercoppa italiana in Arabia Saudita (ah se Renzi fosse presidente di un club finalista...), ha vinto il calcio dei mondiali in Qatar, proibito alle donne e celebrato in stadi costruiti dal lavoro minorile, ha vinto il calcio dei moralisti che hanno contratti da 12 milioni di euro netti.
La summa della vicenda è data da un giudizio letto in rete: il maggiori leader liberista europeo ha impedito a 12 imprese di esercitare libera impresa!
Ci sarà qualche modifica, qualche briciola verrà elargita, ma il tifoso dovrà continuare  a pagare un paio di abbonamenti a pay tv, magari un po' maggiorati (sapete la pandemia...), quando potrà accedere allo stadio dovrà pagare una settantina di euro per la curva (sapete la pandemia, le capienze ridotte...), aumenteranno le autosponsorizzazioni, i grandi attori, calciatori e procuratori, pretenderanno sempre di più, gli stati emaneranno leggi competitive in termini di detassazione, e poi... la Uefa Champions League sarà stranamente molto ma molto simile alla Super League, con buona pace di tutti.

Ma a questo punto lasciatemi sfogare da tifoso, da juventino che da ragazzo scavalcava o entrava al secondo tempo per non pagare!
La gestione della vicenda SuperLega da parte societaria appare sotto tutti i punti di vista quanto meno imbarazzante... Un'operazione finanziaria -perché appunto di questo si tratta- di quella portata non prevedeva un piano B? Juventus FC, quotata in borsa, non aveva previsto che ci sarebbero state forti opposizioni e grandi dififcoltà? Francamente è inimmaginabile, e se così è stato -fino a prova contraria- questa dirigenza non è in grado di gestire una società come Juventus FC.
Immaginiamo Marchionne che fallisce l'operazione General Motors, che fine avrebbe fatto?
Sottolineo, qualora non fosse ancora ben chiaro: non si tratta di difendere il sistema e la grande finanza che sta alle spalle del pianeta calcio, i giudizi etici, politici  e morali sono altrove, qui si esaminano solo i fatti e la loro realtà.
Da tifoso sarò sempre grato ad Andrea Agnelli per questi splendidi e irripetibili 8 anni (il nono scudetto mi dispiace ma non lo sento mio, è una vittoria in un torneo anomalo e irregolare per causa di forza maggiore), 8 anni di successi che difficilmente si ripresenteranno, ma oltre la riconoscenza è necessario guardare ai fatti.
Da due anni a questa parte è stato sbagliato tutto quanto fosse possibile sbagliare, dalla scelta degli allenatori al mercato, alla gestione dei rinnovi di giocatori importanti, all'incomprensibile gestione della super lega.
Nella gestione Agnelli si sono mescolati ingredienti diversi che hanno creato un'alchimia esclusiva, incastonandosi in circostanze casuali fortunate e -forse- irripetibili.
Il primo team costituito tra Agnelli, Marotta e Conte ha saputo esprimere forza, grinta, intuizione e fortuna mescolate nelle giuste proporzioni. Il centrocampo costruito da quel team è nato da intuizioni e fortuna, Pirlo, Pogba, Vidal, Marchisio, un mix di intuizioni di mercato, opportunità, capacità di scouting e crescita interna.
Dopo la 'follia' di Conte è intervenuto quel pizzico di fortuna che ha fatto approdare Allegri a Torino (bravi i dirigenti a metterlo sotto contratto, ma non dimentichiamoci che in quel momento era l'unica scelta possibile). E son stati cinque anni di equilibrio e capacità di gestione di un allenatore ancora oggi troppo sottovalutato nel mondo Juve.
Ricordiamoci della finale di Cardiff, dove in panchina il Real Madrid schierava Asensio, Bale e Morata mentre il nostro centrocampo di quell'anno aveva come rincalzi Sturaro, Lemina e Rincon... fu un anno di overperformance di squadra e allenatore, anche se i tifosi ricordano solo l'ennesima finale persa.
Poco alla volta il giocattolo è stato smembrato, sempre raccontando che si trattava di una rosa difficilmente migliorabile.
Via Marotta,  via Francesco Calvo, via Allegri... Il presidente si è lasciato trascinare dall'essere tifoso affidandosi a scelte tecniche che si son rivelate tutte sbagliate, compresi episodi davvero imbarazzanti e discutibili come il diverbio con l'ex Conte.
Sono stati anche anni di crescita economica e strutturale della società, ma è stata portata avanti ed attuata la politica e le scelte operate dai vituperati Giraudo, Bettega e Moggi.
Anche in questo caso, sia chiaro, complimenti e gratitudine per Andrea Agnelli, non si discute.
Ma oggi occorre un cambio di passo, nuove energie, nuove idee ed entusiasmo per una ricostruzione che non può essere gestita da chi arriva da due anni di fallimenti.
I giocatori passano, gli allenatori passano, i presidenti passano.
Rimane e deve rimanere solo la Juventus #finoallafine


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